Archivio per marzo, 2012


I miei amici mi prendono – non a torto – sempre in giro dicendo che ascolto musica vecchia. È vero. Non posso discolparmi in alcun modo.

Sarà l’età ed il fatto che sono affezionato a ciò che ascoltavo quando ero più giovane (neanche tanti anni fa, sia ben chiaro!), eppure la musica di oggi non riesce ad entusiasmarmi.

Cantano tutti le stesse cose! Ci sono pochi gruppi che fanno veramente musica e quando ci sono dopo poco le logiche di mercato li fanno diventare melensi e scontati come tutto il panorama circostante.

Non chiedo un altro De André – di genio ne nasce uno ogni cento anni – ma pagherei perché spuntasse almeno un nuovo Vasco! Insomma una voce fuori dal coro, dissacrante e un po’ dannata…

Oggi guardavo i titoli sull’Apple store e mi sono chiesto se chi fa musica ha come target solamente il o la 14enne con gli ormoni a livelli da ricovero!

E poi… Qualcuno vuole dire a gente come Biagio Antonacci che ormai ha 49 anni, i capelli bianchi ed è anagraficamente più vicino a mio papà che ai 20enni di oggi? Dovrebbe cantare di prostata e non di “amori carnali” (con tutto il rispetto per mio papà).

Benvenuta Katerina..

Pubblicato: marzo 22, 2012 da checco76 in Uncategorized

 

Benvenuta, Piccola!


Ascolto il discorso del Ministro dell’Istruzione Profumo che parla al Quirinale in occasione della Festa della Donna e sono sconfortata. Ci ritrovo tracce della miopia di breve periodo di cui ho scritto nel post precedente e questo mi rammarica. Il tutto parte male già il titolo dell’incontro: “Lavoro e famiglia: conciliare si può”. Il Ministro incentra tutto il suo discorso sul tema della conciliazione. Lo stesso fa il Presidente Napolitano.

In un Paese in cui il 50% delle donne non lavora  e in cui la gravidanza e la maternità sono vissute come un ostacolo all’occupazione (non solo alla crescita professionale), ridurre la questione femminile al solo problema della conciliazione tra famiglia e lavoro è, ahimé, limitante.

Non si tratta solo di conciliazione. Il problema è comprendere che la nostra visone del ruolo della donna è contorto. Facciamo un esempio pratico. Immaginiamo una situazione ideale: una giovane coppia in cui entrambi lavorano in aziende solide che non penalizzano la maternità. Ebbene, tutto risolto? Per niente…

Già perchè nel nostro paese un’azienda che non penalizza la maternità è già di per sé una mosca bianca ed è convinzione comune che non le si può chiedere più di tanto. Nella migliore delle ipotesi, un’azienda di questo tipo non discriminerà la donna rispetto al suo collega uomo e chiederà a lei lo stesso impegno che chiede a lui, quindi la frase “Scusate non posso restare alla riunione delle 19h perchè devo andare a prendere mio figlio o percheè  devo andare ad accudire i miei genitori” non è accettabile. Si perchè “Se la donna vuole avere gli stessi diriti dell’uomo a far carriera, deve accettarne anche gli stessi doveri”. Posizione teoricamente ineccepibile. Nella pratica invece terribilmente discriminatoria.

Cosa succede, infatti, quando la campanella della scuola dei tuoi figli suona alle 13h e tu stacchi dal lavoro – nella migliore delle ipotesi – alle 18h? Cosa succede quando i tuoi genitori invecchiando non sono più autosufficienti e hanno bisogno del tuo aiuto? A chi ti affidi? Alle strutture private perchè quelle publbiche non ci sono. E quanto costano le strutture private? Un asilo nido privato aperto fino a tardi costa in media 600 Euro al mese. L’assistenza a domicilio di persone anziane è di gran lunga più costosa. Il costo della benzina sta salendo in maniera vertiginosa ed è notizia di questi giorno che le famiglie italiane spendono più in carburante che in cibo. In tutto ciò gli stipendi – delle donne in maggior misura ma anche degli uomini – sono tra i più bassi d’Europa. Allora che fare?

L’economia domestica non è alta finanza, è molto semplice: a meno che almeno uno dei due non non sia un dirigente che guadagna molto, i soldi non bastano. E allora cosa si fa? A conti fatti conviene che uno dei due resti a casa. E, se la situazione non lascia scampo, chi lo farà? Quello tra i due che sopporta meglio questo tipo di cambiamento. Un uomo senza lavoro si sente privato della sua dignità e della sua ragione di esistere, sfido chiunque a sostenere il contrario. Una donna anche, ma la natura l’ha fatta in modo che una componente fisica del suo cervello trovi nella cura dei suoi famigliari un senso che le permetterà di andare avanti nonostante tutti i sacrifici fatti per arrivare dov’era.

Uomini e donne, quindi, non sono uguali in tutto e per tutto e questo andrebbe compreso e ammesso.

Donne, smettiamola di perseguire gli stessi diritti degli uomini. Noi abbiamo bisogno di privilegi. Lo dico senza nessuna vergogna ne scrupolo. Un uomo, lavorando produce ricchezza per la sua famiglia e per il paese. La donna, lavorando produce ricchezza, avendo figli “produce” futuro, mettendo in secondo piano il proprio sviluppo professionale per crescerli favorendo lo sviluppo delle loro inclinazioni contribuisce alla salute mentale della società del domani, accudendo gli anziani garantisce la conservazione della memoria. I piatti della bilancia non sono uguali e quindi il trattamento non dovrebbe essere uguale ma superiore.


Dal momento in cui è salito al potere il Governo Monti l’Italia smebra essersi svegliata da un lungo torpore durante il quale l’estremizzazione del conflitto tra i due schieramenti principali aveva fatto perdere di vista la realtà nella quale vivevamo. Tra chi proponeva il Partito della gnocca e chi ripeteva fino allo sfinimento che Berlusconi doveva dimettersi, persino i più imperterriti sosotenitori dell’utilità della politica iniziavano a gettare le armi per sfinimento.

Poi, di colpo, tutti – anche quelli che di politica non si interessavano più da anni – ci siamo bruscamente svegliati trovandoci sull’orlo del baratro del default. L’angoscia è stata tanta perchè, anche senza capirne profondamente le conseguenze, tutti intuivano che si trattava di “qualcosa di grosso”, un’onda anomala che ci avrebbe travolti tutti senza eccezioni. E allora grande sostegno al salvatore della patria e ai suoi volenterosi collaboratori anche se non sono usciti da una consultazione elettorale.

Bene, ora che il momento peggiore sembra passato e che possiamo guardare al tutto da una prospettiva un po’ più ampia e meno condizionata dal panico, la domanda del giorno sembra essere questa: se dei tecnici che fino al giorno prima facevano altro sono riusciti a risollevare le sorti del paese in così poco tempo, a che serve la politica? I partiti hanno fallito?

Crisi dei partiti e crisi della democrazia. Nei sondaggi aumenta in modo esponenziale il numeo degli indecisi e di quelli che non intendono andare a votare. Aleggia nell’aria la fatidica domanda: “E adesso come faccio a votare le solite vecchie facce dopo aver visto che dei “tecnici” sono riusciti a fare più cose in 100 giorni che i vari governi politici in anni?” (lasciamo per il momento da parte la discussione sul merito dei provvedimenti).

La domanda è più che legittima. Io stessa, confesso, mi trovo per la prima volta in serio imbarazzo. Sì perchè anche quando molti mi dicevano che non andavano a votare perchè “tanto non cambia nulla” io ho sempre sostenuto che andare a votare è un dovere, oltre che un diritto, e che se si rinuncia a questo diritto-dovere si lascia il paese in mano a pochi gruppi clientelari che si autoalimentano tagliando fuori la società civile.

A posteriori mi chiedo se avevano ragione loro. Forse sì… Sì perchè ora, alla sola idea di rivedere sulla scheda gli stessi nomi in coalizioni più o meno probabili e con nomi di partiti più o meno nuovi, provo – francamente – disgusto.

Senza peccare di megalomania credo che su questo, i diretti interessati dovrebbero interrogarsi:

Com’è possibile, infatti, che persino un’elettrice che ha sempre votato e che in passato ha speso fior di quattrini guadagnati con fatica per rientrare dall’estero in giornata al solo scopo di poter esprimere il proprio voto, è arrivata al punto di avere quasi la tentazione di votare scheda bianca?

La risposta gliela do io – onde evitare che la snaturino.

Non è l’istituzione “partito” che ha fallito, ha fallito l’attuale classe dirigente. Io mi rifiuto di votare le stesse facce che ci hanno portato al baratro. Mi rifiuto di votare partiti che cambiano nomi ogni due per tre ma che hanno sempre le stesse persone al loro vertice. Mi rifiuto di votare persone che alla semplice domanda: “Come vi immaginate l’Italia tra 20 anni?” non sono in grado di darmi una risposta. Mi rifiuto di votare persone che non si fanno vedere neppure a ridosso delle elezioni. Mi rifiuto di continuare a dare il mio implicito sostegno ad un sistema che è tutto orientato al breve- o al massimo al medio-periodo (quest’ultimo ragionamento vale per la politica come per l’economia e la finanza) lasciando alla sorte e al caso il mio futuro. Personalmente parlo al centro-sinistra:

Fatevi entrare in testa che abbiamo bisogno di una prospettiva in cui credere e che il nostro voto andrà a chi la saprà immaginare. Punto.


Ho finito oggi un corso tour-de-force sulla sicurezza funzionale in accordo alle norme IEC61508 e IEC 61511. A parte il fatto che spero di aver superato il test – in tutta onestà per nulla scontato -, il corso è interessante.

Definire la sicurezza di un impanto (o di un macchinario) è un processo complicato. Credo che si potrebbe creare un indirizzo di laurea in ingegneria tanti sono i concetti ed i formalismi richiesti. Sono necessarie conoscenze di processo, di calcolo probabilistico, una dicreta capacità di definire modelli matematici della realtà, un rigore formale che nelle pratiche quotidiane non sono considerati.

Da integratore di sistemi molti degli argomenti trattati li conoscevo solo per averli sentiti citare da altri oppure per averli letti velocemente sulle norme stesse, ma assicuro che, per esempio, la realizzazione del software secondo la IEC61508 è un processo che mi ha sorpreso per formalismo e rigore richiesto. Il relatore (Carlo Tarantola) ci ha mostrato alcuni esempi di sviluppo software, difficilmente ho visto un lavoro così preciso e completo…

Vabbè… Al di là del fatto che abbia o meno passato l’esame, almeno oggi ne so parecchio di più…


In Italia oramai non si parla d’altro; anche lo spread, la crisi, la disoccupazione hanno dovuto cedere il passo sulle prime pagine dei giornali allo scontro tra i sostenitori  e gli oppositori del corridoio ferroviario tra Italia e Francia.

Personalmente, però, pur dopo aver tentato di trovare notizie ed informazioni in merito e dopo aver ascoltato dibattiti televisivi e radiofonici, non sono ancora in grado di capire le questioni dei Pro-TAV e dei No-TAV.

I primi mi dicono che è un accordo preso con l’Europa (e quindi con noi stessi, per come ragiono io) senza specificare esattamente i motivi per i quali l’Europa vuole (e quindi noi vogliamo) quella tratta ferroviaria. I No-TAV, invece, dicono che l’opera non serve a nulla, senza fornire però, anche in questo caso, dati certi e denunciando possibili infiltrazioni malavitose.

Personalmente non sono nè per il sì, nè per il no. Ho anche alcune opinioni in merito ad entrambe le posizioni, però vorrei chiedere a qualcuno se ne sapesse più di me e potesse spendere qualche minuto per scriverle sul blog e farmi capire un po’ di più…

Grazie a tale anima pia.


Grazie Lucio!